M&A in Italia oltre il risiko bancario: cosa dicono davvero i numeri del mid-market

Il mercato non-finanziario, l’appetito dei CEO italiani per le acquisizioni e le prospettive per il 2026

Quando si parla di M&A, l’attenzione si concentra quasi sempre sulle grandi operazioni bancarie e assicurative — il cosiddetto “risiko” che riempie le prime pagine dei giornali economici. Ma questa narrazione rischia di nascondere la parte più interessante del mercato per la maggioranza delle imprese italiane: quella delle migliaia di operazioni che ogni anno coinvolgono le PMI e le aziende del mid-market, lontano dai riflettori della finanza quotata.
Guardare ai numeri del mercato non-finanziario e all’orientamento strategico dei vertici aziendali offre una lettura molto più utile per chi, da imprenditore o investitore, sta valutando un’operazione straordinaria nei prossimi mesi.


Il dato strutturale: tanti deal, di taglia più contenuta

Il mercato M&A italiano, una volta esclusa la componente del settore finanziario, racconta una storia diversa da quella dei megadeal bancari.
Secondo le analisi di PwC, escludendo il comparto Financial Services, le operazioni italiane annunciate nel 2025 sono in aumento del 15% a volume, ma in calo del 18% a valore.
Questo doppio segno — più operazioni, ma di valore medio inferiore — è il tratto distintivo di un mercato mid-market sano e vivace. Significa che l’attività di dealmaking è intensa e diffusa, e si concentra su transazioni di dimensione contenuta: acquisizioni di PMI, aggregazioni di piattaforme, operazioni buy-and-build. È esattamente il tipo di mercato in cui si muovono la maggior parte delle imprese italiane, ben lontano dai deal multimiliardari che catturano l’attenzione dei media.
Un secondo dato conferma questa lettura. Sul fronte degli acquirenti, i volumi delle transazioni mostrano un’equa ripartizione tra le operazioni guidate da operatori industriali (Corporate) e le acquisizioni finalizzate da investitori finanziari (Private Equity), a dimostrazione che le logiche di espansione strategica e le tesi di investimento buy-and-build stanno guidando la concentrazione del mercato con la medesima intensità.
Il consolidamento del mid-market italiano è trainato in egual misura da aziende che crescono per acquisizione e da fondi che costruiscono piattaforme aggregando realtà più piccole. Due motori distinti, entrambi molto attivi.


Dove si concentra l’attività: i settori più dinamici

Il dinamismo del mercato non è uniforme.
I business services rappresentano uno dei segmenti più caldi. Il comparto Accounting, Administrative & Business Support Services rappresenta il 39% dei deal in Italia nel settore business services, confermandosi il segmento a maggiore intensità di consolidamento, dove la strategia dominante è l’integrazione delle competenze e l’ampliamento della base clienti. Operazioni come l’ingresso di Investcorp in Epipoli o le aggregazioni di Quadrivio Group illustrano bene questa dinamica di roll-up.
Il settore TMT (technology, media e telecommunications) mostra anch’esso una forte vitalità: in Italia il mercato M&A nel settore TMT ha registrato volumi in crescita del 19%.
Anche le Health Industries si confermano piuttosto dinamiche. Citiamo alcune delle operazioni più significative: l’acquisizione di Sifi da parte di Faes Farma e l’acquisto del 40% di Kos da parte del Gruppo CIR.


L’appetito dei CEO italiani: più alto della media globale

Se i numeri raccontano un mercato vivace, l’orientamento dei vertici aziendali suggerisce che la spinta non si esaurirà presto. È qui che entra in gioco uno dei dati più significativi emersi dalla 29ª Global CEO Survey di PwC: il 52% dei CEO che operano in Italia prevede un’acquisizione nei prossimi tre anni, con una maggiore apertura verso i mercati internazionali — una percentuale nettamente superiore alla media globale del 41%.
Questo dato merita attenzione per due ragioni.
La prima è la sua dimensione assoluta: oltre la metà dei CEO italiani considera l’M&A uno strumento strategico concreto nel breve-medio periodo.

La seconda è il confronto internazionale: a livello globale, il 41% dei CEO pianifica un’acquisizione importante nei prossimi tre anni. L’Italia, con il suo 52%, si colloca quindi tra i mercati più propensi alle acquisizioni a livello mondiale — sopra gli Stati Uniti e ben sopra la Germania,suo principale competitor manifatturiero europeo.
Questo dato fotografa un cambiamento culturale importante. L’imprenditoria italiana,storicamente prudente e affezionata alla crescita organica e al controllo familiare, sta riconoscendo nell’M&A una leva necessaria per competere su scala internazionale.


Le prospettive per il futuro

Il consenso degli analisti è di una sostanziale continuità della crescita. Secondo Goldman Sachs, l’Italia manterrà lo slancio nel 2026, con volumi di M&A in crescita e una graduale ripresa del mercato delle IPO.
A questa fotografia si aggiunge un driver strutturale destinato a plasmare le strategie nei prossimi anni: una fase che può favorire l’avvio di un nuovo ciclo guidato dall’innovazione e dall’intelligenza artificiale. L’AI è un acceleratore trasversale che spinge le aziende a riconsiderare quali competenze costruire internamente e quali acquisire dall’esterno.
Un ulteriore tema da osservare è l’accelerazione di spin-off e carve-out: i CEO privilegiano brand globali e piattaforme scalabili capaci di operare efficientemente sui mercati internazionali, e spin-off e carve-out di grandi corporate accelereranno nel 2026, attirando operatori strategici, private equity e investitori specializzati.


Cosa significa per le PMI italiane

Mettendo insieme questi elementi, emerge un quadro favorevole per le PMI che stanno valutando un’operazione di M&A.
Per chi vuole crescere per acquisizione, il contesto è propizio: la disponibilità di target di qualità nel mid-market è elevata, i fondi di private equity sono attivi quanto gli acquirenti industriali, e la propensione generale al dealmaking riduce la diffidenza culturale che storicamente frenava queste operazioni in Italia.
Per chi sta valutando una cessione, l’alta intenzione di acquisto dei CEO — italiani e internazionali — significa un mercato con domanda robusta. I deal di taglia media trovano facilmente interlocutori, sia tra le aziende che cercano consolidamento, sia tra i fondi che costruiscono piattaforme.
La vera discriminante, in un mercato così attivo è prepararsi adeguatamente per massimizzare il valore e gestire la complessità di un processo che, anche per operazioni di taglia contenuta, richiede competenze specialistiche e metodo.
Il 2026 si presenta come un anno in cui le opportunità non mancano. La differenza la farà, come sempre, la qualità della preparazione e dell’execution.

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