Private Equity: nuove regole del gioco. E l’Italia?

Un’analisi del Global Private Equity Report 2026 di McKinsey e delle dinamiche del mercato italiano


Il titolo del nuovo report annuale di McKinsey è, nella sua sintesi, una fotografia precisa del momento: “Clearer view, tougher terrain”. La nebbia si è diradata — il 2025 ha segnato un deciso ritorno del dealmaking — ma il terreno che si apre davanti ai fondi è più tecnico, più selettivo e più esigente di quello percorso nell’ultimo decennio.
Capire e interpretare il cambiamento è essenziale per chiunque, in Italia, stia valutando di entrare in relazione con il mondo del private equity: per l’imprenditore che sta pensando di cedere la sua azienda, per l’azienda che cerca un partner per accelerare la crescita, o per l’investitore che è in cerca di allocazione per i capitali.

Il rimbalzo del 2025: i numeri

Dopo tre anni di dealmaking frenato, il 2025 ha segnato una svolta netta a livello globale. Il valore totale dei deal è cresciuto del 17%, superando i 1.800 miliardi di dollari — il secondo anno più alto mai registrato. Le operazioni superiori a 500 milioni di dollari hanno toccato un record storico, con un balzo del 44% a oltre 1.000 miliardi. Anche le exit hanno recuperato terreno in modo deciso: +41% in valore, trainate da un mercato IPO quasi raddoppiato rispetto al 2024.

Ma al di là dei numeri positivi, McKinsey individua alcuni segnali strutturali destinati a cambiare le regole del gioco per i prossimi anni.

Il problema dei multipli e del debito

Il primo elemento di complessità riguarda le valutazioni. Il multiplo mediano pagato nel 2025 ha raggiunto un nuovo record storico: 11,8 volte l’EBITDA, il livello più alto mai registrato. Comprare bene è diventato oggettivamente più difficile.

A complicare ulteriormente il quadro, la leva finanziaria — che tra il 2010 e il 2022 aveva contribuito per il 59% dei ritorni del private equity, insieme all’espansione dei multipli — non può più svolgere lo stesso ruolo. Il debito come quota del prezzo di acquisto è sceso dal 44% al 37%, e i rendimenti del private equity nel 2025 (circa il 7%) hanno sottoperformato per il terzo anno consecutivo rispetto ai mercati pubblici: l’S&P 500 ha reso il 18%, l’MSCI World il 22%.

La conseguenza è diretta: l’alpha deve essere generato operativamente, non mutuato dai mercati. La creazione di valore operativa — che per anni è rimasta più una narrazione di marketing che una capacità istituzionale reale — è oggi la principale leva di rendimento disponibile ai fondi. Chi non sa ottenerla dalle aziende in portfolio, fatica a competere.

Il portafoglio che invecchia: il nodo delle exit

C’è un ulteriore elemento di pressione strutturale: il backlog di aziende in portafoglio da più di quattro anni ha raggiunto un record storico. McKinsey stima che a livello globale siano oltre 16.000 le società detenute dai fondi di PE da più di quattro anni — il 52% dell’intero portafoglio dell’industria, dieci punti percentuali sopra la media degli ultimi cinque anni.

Il periodo medio di detenzione supera ormai i sei anni e mezzo. Questa situazione comprime i rendimenti e tiene sotto pressione la liquidità verso gli investitori (Limited Partner), che vedono calare le distribuzioni di utili ai minimi storici. Non sorprende che il DPI — il capitale effettivamente distribuito rispetto a quello investito — sia diventato la metrica più seguita dagli LP, affiancando il tradizionale IRR (Internal Rate of Return, tasso interno di rendimento) nelle priorità di valutazione dei fondi.

AI, specializzazione e consolidamento: le forze che ridisegnano l’industria

McKinsey individua tre driver trasformativi destinati a ridisegnare la struttura del private equity nel prossimo decennio.

1 – Il primo è l’intelligenza artificiale. Oggi solo il 6% dei PE dichiara che l’AI ha un impatto elevato nelle proprie operazioni interne, ma il 70% si aspetta un impatto significativo entro tre-cinque anni. I fondi più avanzati stanno già integrando l’AI nella due diligence, nel monitoraggio del portafoglio e — soprattutto — nella creazione di valore operativa, con guadagni di produttività del 30-40% nelle attività più labour-intensive. Chi è indietro su questo fronte si troverà in posizione di svantaggio crescente.

2 – Il secondo driver è la specializzazione settoriale. I dati mostrano con chiarezza che i fondi specializzati — focalizzati su specifici settori — generano rendimenti significativamente superiori ai generalisti: IRR del 17% contro 13%, multipli di 2,2x contro 2,1x, e una quota di valore creata dall’aumento dei margini quasi quattro volte superiore. La generazione di valore è maggiore nei fondi specializzati; le competenze verticali battono la diversificazione nell’esposizione.

3 – Il terzo è la concentrazione. Il valore dei deal M&A dei 100 maggiori gestori di asset alternativi ha quasi raddoppiato nel 2025, raggiungendo 34 miliardi di dollari. I fondi di dimensioni più ridotte raccolgono quote sempre più marginali del capitale disponibile: dal 17% nel 2020 al 13% nel 2025. Chi non è grande deve essere profondamente specializzato.

Il mercato italiano: un’altra storia

Il contesto italiano presenta dinamiche proprie, che si discostano — in alcuni casi positivamente, in altri meno — dalle tendenze globali.

Sul fronte dei volumi, il 2025 è stato un anno straordinario. Secondo l’Osservatorio PEM di LIUC Business School e AIFI, il mercato italiano ha chiuso con 551 operazioni — un record storico che polverizza il precedente primato di 419 deal del 2024, con una crescita del 31% su base annua. Il secondo semestre da solo ha registrato 322 investimenti, il numero più alto mai osservato in un singolo semestre. A trainare la crescita è stato in particolare il lower mid-market, con operazioni su aziende con EBITDA inferiore ai 10 milioni di euro.

Un dato particolarmente significativo riguarda la presenza internazionale: il 59% delle operazioni concluse nel 2025 ha visto la partecipazione di fondi internazionali, il livello più alto mai registrato dall’Osservatorio. L’Italia è percepita come un mercato relativamente stabile e attrattivo, con un tessuto di PMI manifatturiere di qualità che offre opportunità di consolidamento difficilmente replicabili altrove in Europa.

Le aziende italiane supportate da private equity confermano performance solide: crescita media dell’EBITDA del 16% negli ultimi cinque anni, secondo Bain & Company. Oggi circa 1.100 aziende italiane sono in portafoglio a fondi di private equity.

Tuttavia, alcune criticità strutturali restano irrisolte. Sul fronte della raccolta, il 2025 ha registrato un calo del 46% rispetto al 2024, con il totale sceso a 3,57 miliardi di euro: un segnale che il mercato domestico rimane sottodimensionato rispetto al potenziale del sistema produttivo. Le exit, pur in crescita numerica (+17%), hanno visto scendere il valore complessivo del 19%, a 4,66 miliardi di euro — e il canale IPO continua a essere quasi assente, a differenza di quanto accade nei mercati anglosassoni.

Per il primo semestre del 2026, la Confidence Survey di Deloitte e AIFI indica aspettative positive ma selettive: 224 operazioni attese, con oltre il 50% dei deal di dimensione superiore ai 30 milioni di euro e una netta preferenza per operazioni di maggioranza, indicate dal 90,9% degli operatori come modalità preferita. I settori più attrattivi rimangono manifatturiero, Food & Beverage e Life Sciences & Healthcare.

Le implicazioni per imprenditori e investitori italiani

Leggere insieme il report McKinsey e i dati del mercato italiano porta a alcune conclusioni chiare.

Per gli imprenditori che stanno valutando l’ingresso di un fondo di PE nel capitale, il contesto attuale è favorevole ma richiede una preparazione specifica. I fondi sono sotto pressione per creare valore operativo reale, non speculativo: cercano aziende con EBITDA solido, team manageriale autonomo e strutturato, posizionamento competitivo difendibile e potenziale di crescita per linee esterne. Chi si presenta bene preparato — con dati normalizzati, narrativa chiara e un piano di sviluppo credibile — trova interlocutori motivati e capitali disponibili.

Per chi sta invece valutando una cessione totale o parziale, il timing è rilevante. Il mercato italiano è in una fase di espansione numerica, i fondi internazionali guardano all’Italia con crescente interesse, e le condizioni di finanziamento bancario — tornate centrali con il 68% degli operatori che ricorre alle banche commerciali come principale fonte di funding — supportano le valutazioni.

La sfida è che il private equity del 2026 è un interlocutore più sofisticato, più esigente e più paziente di quello di dieci anni fa. Non basta avere un’azienda che funziona: serve saperla raccontare, posizionarla correttamente nel mercato degli acquirenti, e negoziare con la consapevolezza di chi conosce le logiche di rendimento che guidano le decisioni dei fondi.

In questo scenario, la qualità dell’advisory fa la differenza tra un’operazione che si chiude con la soddisfazione delle parti e una che si arena nella complessità.


CDI Global Italy è un advisor specializzato in operazioni di finanza straordinaria, M&A, fusioni e acquisizioni, cessioni, finanziamenti e quotazioni in borsa con un focus su mid-market e deal cross-border. Con oltre 100 operazioni concluse in Italia e 3.000+ nel mondo, attraverso 45 uffici in più di 30 paesi, affianchiamo imprenditori e investitori in ogni fase del processo.

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Il Private Equity torna a crescere: un’opportunità per le PMI italiane

Ripresa del settore e nuove prospettive di sviluppo

Dopo due anni di forte rallentamento, il mercato globale del Private Equity sta finalmente mostrando segnali concreti di ripresa. A fronte delle difficoltà generate dall’aumento dei tassi di interesse, dall’instabilità macroeconomica e da una generale cautela da parte degli investitori, il 2024 ha rappresentato un punto di svolta. Il Global Private Markets Report 2025 di McKinsey evidenzia come, nonostante il calo nel fundraising, si sia assistito a un incremento delle attività di investimento effettivo, accompagnato da una ripresa delle operazioni di disinvestimento e da condizioni di finanziamento più favorevoli. In questo nuovo contesto, le PMI italiane possono beneficiare di una finestra di opportunità significativa per rafforzarsi, attrarre capitale e crescere in modo sostenibile.

Le PMI italiane: un ecosistema vitale pronto per il salto di qualità

Le piccole e medie imprese continuano a rappresentare una componente essenziale dell’economia italiana, sia in termini di occupazione sia in termini di contributo al PIL e all’export. Nonostante abbiano mostrato una notevole capacità di resilienza nel post-pandemia, molte di esse si trovano oggi di fronte a una sfida cruciale: accedere a risorse finanziarie per sostenere l’innovazione, l’internazionalizzazione e il rafforzamento della propria struttura organizzativa. In questo quadro, il rinnovato interesse da parte del Private Equity può costituire una leva decisiva per favorire la trasformazione delle PMI italiane in imprese più competitive e strutturate.

Un mercato in ripresa: segnali positivi per le imprese

Secondo McKinsey, il 2024 ha registrato un progressivo ritorno della fiducia nel settore del Private Equity. Gli investitori hanno ricominciato a mobilitare capitale, mostrando maggiore propensione al rischio e attenzione verso operazioni nel segmento mid-market. Parallelamente, si è assistito a una ripresa delle exit, segnale importante per gli imprenditori che intendono valorizzare il proprio percorso attraverso una vendita o una quotazione. Anche il contesto finanziario appare più favorevole: la stabilizzazione dei tassi d’interesse ha reso nuovamente sostenibili le operazioni con leva finanziaria, riportando in auge strumenti che negli ultimi due anni avevano subito un significativo rallentamento.

Il Private Equity come leva strategica per la crescita

Il coinvolgimento di un fondo di Private Equity offre alle PMI vantaggi che vanno ben oltre l’apporto di capitale. Le imprese possono beneficiare di un supporto strategico nel definire obiettivi di crescita ambiziosi ma realistici, migliorare la propria governance, rafforzare i processi di controllo e dotarsi di una struttura manageriale adeguata. Il contributo degli investitori si traduce spesso in un’accelerazione dei progetti di sviluppo, in un migliore accesso ai mercati esteri e in una più solida capacità di adattamento alle sfide competitive. Inoltre, la presenza di un fondo nel capitale sociale può agevolare l’attrazione di ulteriori risorse finanziarie, sia equity che debito, consolidando il profilo dell’impresa agli occhi del mercato.

Le sfide da affrontare per attrarre capitali

Per attrarre capitali e investitori, le PMI italiane devono presentarsi preparate. È essenziale che le imprese dimostrino trasparenza nei dati, solidità nella struttura finanziaria e chiarezza nella visione strategica. La governance deve essere solida, con processi di controllo affidabili e una cultura aziendale aperta al cambiamento. Le aspettative di valutazione devono inoltre essere in linea con le reali performance e con il potenziale espresso dall’impresa, evitando approcci eccessivamente ottimistici che potrebbero ostacolare le trattative. Infine, è fondamentale che l’imprenditore sia pronto a condividere la guida dell’azienda, instaurando un rapporto di fiducia e collaborazione con il partner finanziario.

Crescita, innovazione e sostenibilità: le priorità per il futuro

Il Private Equity sta orientando sempre più le proprie strategie verso le imprese che mostrano capacità di innovazione, attenzione alla sostenibilità e un modello di business scalabile. Le PMI che investono in digitalizzazione, transizione energetica e tecnologie avanzate come l’AI risultano oggi più attrattive agli occhi degli investitori. Allo stesso modo, l’integrazione di pratiche ESG e la volontà di affrontare processi di trasformazione strutturale rappresentano elementi distintivi per emergere in un mercato sempre più competitivo. In un contesto globale che richiede reattività, visione e responsabilità, le imprese che sapranno coniugare tradizione e cambiamento avranno le migliori possibilità di accedere a capitali di lungo periodo.

Il supporto di partner esperti per cogliere le opportunità

Affrontare un processo di apertura al Private Equity, a nuovi investitori e potenziali acquirenti richiede competenze specialistiche e una profonda conoscenza delle dinamiche del mercato. Per questo motivo, è fondamentale per le PMI poter contare su partner esperti che le affianchino nella fase di preparazione, nella selezione dei target più adatti e nella negoziazione delle condizioni più favorevoli. Solo attraverso un accompagnamento strategico e personalizzato è possibile valorizzare appieno il potenziale dell’impresa e massimizzare i benefici dell’ingresso di un investitore istituzionale.

Il Ruolo di CDI Global Italy

In questo scenario di rinnovato interesse per il Private Equity, CDI Global Italy si pone come interlocutore strategico per le PMI italiane che intendono cogliere questa opportunità. Grazie a un network internazionale di investitori e a una consolidata esperienza nell’M&A, supportiamo le imprese in ogni fase del percorso: dalla definizione della strategia di crescita alla preparazione per l’ingresso di un investitore, fino alla gestione post-deal. Il nostro approccio integrato consente alle PMI di affrontare con sicurezza e competenza le sfide di un mercato in trasformazione, valorizzando il loro potenziale in modo sostenibile e duraturo.

Fonte: McKinsey – Global Private Markets Report 2025

Private Capital: la chiave per rilanciare la competitività europea

Il nuovo scenario del private capital in Europa

Nel panorama economico europeo, il private capital sta emergendo come una delle leve più decisive per rafforzare la competitività industriale e sostenere la crescita. Mentre il PIL pro capite europeo continua a essere inferiore di circa il 30% a quello statunitense, il divario nella produttività e nella capacità di innovazione diventa sempre più evidente. In questo contesto, il capitale privato può giocare un ruolo cruciale per colmare le carenze di investimento e stimolare un nuovo ciclo di sviluppo industriale.

Secondo McKinsey & Company, il mercato europeo del private capital è ancora meno sviluppato rispetto agli Stati Uniti. In Europa, il private capital rappresenta appena l’8% del PIL, mentre negli USA questa cifra supera il 17%. Tale disallineamento riflette non solo una minore disponibilità di fondi alternativi, ma anche un ecosistema finanziario e normativo meno integrato e favorevole all’investimento privato. Si stima che per colmare il divario e sostenere le sfide future, l’Europa necessiti di almeno 100 miliardi di euro di investimenti privati aggiuntivi ogni anno. (Fonte: McKinsey, “Private capital: The key to boosting European competitiveness”)

Le leve strategiche del rilancio: settori e capitali chiave

Il private capital, tuttavia, non si limita a fornire liquidità. Le evidenze mostrano come i fondi privati riescano ad abilitare percorsi di crescita industriale, innovazione tecnologica e miglioramento della produttività. Gli investimenti si concentrano sempre di più su settori strategici come le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale, che stanno trasformando interi ecosistemi industriali e abilitando nuovi modelli di business. Parallelamente, l’attenzione verso le energie rinnovabili e le infrastrutture sostenibili continua a crescere, spinta dalle esigenze legate alla transizione energetica e alla sicurezza degli approvvigionamenti. La salute e le biotecnologie si confermano ambiti di investimento ad alto potenziale per la loro resilienza e la centralità nei sistemi socioeconomici, alimentando l’interesse di investitori con visione strategica e orizzonte temporale esteso.

Il valore aggiunto oltre il finanziamento: produttività e competenze

Il capitale privato contribuisce in modo sostanziale non solo finanziando le imprese, ma anche guidando l’ottimizzazione organizzativa e lo sviluppo delle competenze manageriali e tecnologiche. L’ingresso di capitali privati favorisce l’adozione di nuove tecnologie, l’automazione e la digitalizzazione, consentendo alle imprese di rafforzare la propria competitività in mercati globali sempre più dinamici. I fondi privati, inoltre, si dimostrano fondamentali per incentivare l’innovazione, la scalabilità dei modelli di business e il miglioramento della produttività, fattori che si riveleranno determinanti per la rinascita industriale del continente.

Il ruolo delle istituzioni europee e del capitale paziente

Accanto all’attivazione di nuovi capitali, il ruolo delle istituzioni europee si conferma centrale per creare un contesto favorevole agli investimenti. Iniziative come InvestEU e la Capital Markets Union sono essenziali per attrarre capitali istituzionali e stimolare lo sviluppo di mercati dei capitali più efficienti, trasparenti e integrati. Queste politiche mirano a favorire un ambiente normativo stabile e orientato all’efficienza, in grado di convogliare i risparmi privati verso progetti industriali ad alto valore strategico. La costruzione di un mercato europeo dei capitali più integrato e competitivo diventa, dunque, un obiettivo imprescindibile per rafforzare la resilienza e la crescita dell’economia continentale.

CDI Global Italy: il partner ideale per strategie cross-border e crescita sostenibile

Per le imprese italiane e per i fondi di investimento attivi sul territorio, il rafforzamento del private capital rappresenta un’opportunità concreta di crescita e consolidamento. Non si tratta solo di accedere a nuove fonti di finanziamento, ma di intraprendere percorsi di trasformazione strategica capaci di rafforzare la posizione sul mercato e di generare valore nel lungo periodo. Le imprese hanno oggi l’opportunità di attrarre investimenti finalizzati a sostenere processi di internazionalizzazione, acquisizioni mirate e sviluppo di nuove competenze tecnologiche e operative.

In questo contesto, CDI Global Italy si propone ai fondi di Private Equity come partner strategico per accompagnarli nell’identificazione delle opportunità più coerenti con i propri obiettivi, nella strutturazione delle operazioni e nella realizzazione di progetti di crescita sostenibile. Grazie a un approccio personalizzato e a una profonda conoscenza dei mercati locali e internazionali, CDI Global supporta i propri clienti nel navigare con successo tra le sfide e le opportunità di un’economia europea in trasformazione.

Private Equity 2024: nuove dinamiche, strategie vincenti

Il mercato del private equity sta vivendo una fase di profonda trasformazione. Dopo anni di crescita esplosiva, il 2023 ha segnato un forte rallentamento delle attività, ma il settore nel 2024 mostra segnali chiari di adattamento strategico e rilancio. In un contesto più selettivo e competitivo, solo gli operatori capaci di evolvere riusciranno a creare valore sostenibile nel lungo periodo.

Il nuovo scenario del private equity

Secondo il Global Private Equity Report 2024 (Bain & Company), il valore globale delle operazioni di buyout è calato del -37% rispetto al 2022, attestandosi a 438 miliardi di dollari. Il numero di deal è sceso a circa 2.500 (-20%). Il fundraising ha mostrato un rallentamento marcato, con una diminuzione del 38% nei fondi chiusi. Questi dati riflettono un contesto di tassi d’interesse elevati, condizioni di credito più restrittive e crescente cautela da parte degli investitori.

La polarizzazione del mercato, con capitali concentrati su pochi gestori top-tier, e la pressione sugli LP per ottenere distribuzioni rapide stanno riscrivendo le regole del gioco.

Le nuove leve strategiche: crescita organica e secondari

Nel 2024, il private equity si è mosso lungo direttrici nuove. E’ cresciuto il focus sulla crescita organica delle partecipate, con attenzione a metriche operative e industriali concrete. Le operazioni di add-on sono ancora numerose, ma diventano più selettive.

Un altro trend è l’espansione del mercato secondario, che porta liquidità agli investitori e maggiore flessibilità nella gestione dei portafogli. I GP sono più propensi a prolungare la creazione di valore con holding period estesi e strumenti alternativi come i continuation fund.

Focus settoriale e transizione industriale

I settori più resilienti – tecnologia, sanità, infrastrutture – continuano ad attrarre capitali. Ma la vera novità è l’attenzione alla trasformazione industriale: sostenibilità, digitalizzazione e automazione spingono gli operatori verso asset capaci di affrontare le nuove sfide ESG e operative.

Nei settori industriale e manifatturiero, le operazioni dei PE puntano su innovazione tecnologica e capacità produttive specialistiche. Anche nel settore energetico, dove l’intensità di capitale è elevata, si rafforzano le strategie di M&A sostenibile.

Il ruolo di CDI Global Italy: strategie su misura in contesti complessi

CDI Global Italy assiste fondi e imprese industriali in ogni fase del processo di M&A: identificazione dei target, strutturazione finanziaria, debt advisory, strategie cross-border e piani di disinvestimento. In un mercato più complesso e competitivo, la capacità di progettare operazioni solide, integrate e orientate alla creazione di valore fa la differenza.

Con una forte presenza internazionale e competenze multisettoriali, supportiamo fondi e imprenditori nella definizione di strategie mirate, nella gestione delle negoziazioni, e nella costruzione di operazioni capaci di generare ritorni sostenibili nel tempo.