Una guida alla lettura dei dati di mercato per imprenditori e investitori
Chi ha seguito la stampa economica delle ultime settimane si sarà imbattuto in titoli difficili da conciliare. Il mercato M&A italiano del primo semestre 2026 è stato raccontato in crescita, oppure in contrazione del 14%, a seconda della testata. Un report parla di 700 operazioni, un altro di 637, un terzo quantifica il mercato in 81 miliardi di dollari mentre un quarto lo colloca poco sopra i 22 miliardi di euro.
Nessuno di questi numeri è sbagliato. Semplicemente, misurano cose diverse.
Per un imprenditore o un investitore che sta valutando una cessione o un’acquisizione, capire come si costruisce un dato di mercato è indispensabile per farsi un’idea precisa del contesto in cui ci si muove e valutare l’opportunità dell’operazione.
I numeri del primo semestre 2026
Alcune tra le più note rilevazioni pubblicate sul primo semestre 2026 raccontano storie a prima vista molto diverse.
EY-Parthenon conta circa 700 operazioni realizzate in Italia nel semestre — un dato positivo se pensiamo che, fino al 2020, il mercato si attestava attorno ai 600 deal sull’intero anno. Di queste 700 operazioni il 47% ha visto protagonisti fondi di Private Equity, con 330 operazioni su target italiane per un controvalore di circa 7,9 miliardi (in calo del 37% a valore). Sul fronte estero, si registrano 156 acquisizioni di aziende italiane su target internazionali, in crescita del 9%, per un controvalore di 13,9 miliardi.
KPMG fotografa un mercato domestico con 342 operazioni contro le 382 dell’anno precedente, ma con controvalore in netta flessione: 6,8 miliardi rispetto ai 16,7 del primo semestre 2025. A questo si aggiungono 195 operazioni estero-su-Italia per un controvalore di 8,2 miliardi e 100 operazioni Italia-su-estero per un controvalore di 7,2 miliardi.
Bain & Company parla di M&A strategico italiano a quota 81 miliardi di dollari nei primi cinque mesi dell’anno, contro i 40 miliardi del 2025 e i 32 del 2024, con l’Italia quarto mercato EMEA e le operazioni outbound che valgono 45 miliardi.
E il dato di sintesi che ha generato i titoli sulla contrazione — 637 operazioni concluse, -14%, per oltre 22 miliardi contro i 30 del primo semestre 2025 — è un numero che corrisponde con precisione alla somma dei tre segmenti citati da KPMG: 342 + 195 + 100 fa esattamente 637, e 6,8 + 8,2 + 7,2 fa 22,2 miliardi.
Ecco il punto: i dati e le tendenze citate convivono senza contraddirsi ma sono dati diversi che fanno riferimento a operazioni diverse e perimetri differenti.
Le variabili in gioco
1. Annunciate o concluse. Un’operazione annunciata a marzo e chiusa a settembre entra nelle statistiche del primo semestre secondo alcuni criteri, del secondo secondo altri. In una fase in cui la pipeline italiana di operazioni annunciate ma non ancora finalizzate supera i 60 miliardi, la scelta tra “announced” e “completed” da sola può ribaltare il segno di un semestre.
2. Il peso del cross-border. Solo operazioni tra soggetti italiani? Anche quelle di acquirenti esteri su target italiani? Anche le acquisizioni italiane all’estero? La differenza è enorme, e i tre segmenti si muovono spesso in direzioni opposte.
3. Strategiche o finanziarie. Alcune rilevazioni isolano l’M&A “strategico” — cioè guidato da operatori industriali — separandolo dagli investitori finanziari. In un mercato dove i fondi rappresentano quasi un deal su due, escluderli o includerli cambia radicalmente il conteggio.
4. La valuta. Miliardi di dollari e miliardi di euro non sono intercambiabili, eppure a volte vengono accostati con eccessiva disinvoltura. Su valori aggregati nell’ordine delle decine di miliardi, il cambio può spostare cifre a due zeri.
5. I prezzi non dichiarati. È il fattore più sottovalutato. Nel mid-market la maggioranza delle operazioni non rende pubblico il corrispettivo. Il “controvalore complessivo” di un mercato non è quindi il valore reale degli scambi: è la somma dei soli deal con prezzo noto. Un database più aggressivo nello stimare i valori mancanti produrrà totali molto più alti di uno che si limita al dichiarato.
L’effetto megadeal: quando una sola operazione può spostare il mercato
C’è poi un fenomeno che merita attenzione perché distorce la lettura più di ogni altro. Bain segnala che una quota intorno al 70% del valore complessivo delle operazioni annunciate dall’inizio del 2026 è riconducibile a una singola transazione nel settore telecomunicazioni, con un valore monstre di 25 miliardi di dollari.
Un altro esempio delle possibili distorsioni legate ai mega deal: il crollo dei controvalori domestici rilevato da KPMG — da 16,7 a 6,8 miliardi — non segnala un mercato che si sgonfia, ma il confronto con un primo semestre 2025 gonfiato dalla finalizzazione delle grandi operazioni bancarie.
Come leggere e interpretare i dati del mercato M&A
Alcune indicazioni pratiche a favore di chi deve prendere decisioni:
Guardare i volumi, non i valori aggregati. Il numero di operazioni è un indicatore molto più affidabile della salute del mercato perché non è distorto dai megadeal né dai prezzi non dichiarati. E sui volumi il messaggio è univoco e positivo: tutte le rilevazioni concordano su un mercato ampiamente sopra i livelli pre-2020.
Guardare il proprio segmento, non “il mercato”. Il dato aggregato italiano — dominato da telecomunicazioni, servizi finanziari ed energia — non dice nulla di utile a chi opera nella meccanica di precisione o nei business services. I multipli e la dinamica competitiva di questi comparti raccontano una storia diversa, e vanno cercati al loro interno.
Diffidare dei controvalori come benchmark di valutazione. Il valore medio per operazione calcolato su un aggregato è un numero senza significato per una singola azienda. Le valutazioni si costruiscono su transazioni comparabili reali — stesso settore, stessa dimensione, stessa geografia — non su medie di mercato.
Una lettura positiva per le PMI italiane
Al di là dei numeri discordanti, una lettura convergente esiste ed è chiara: più operazioni, di dimensione media inferiore. Cresce il numero dei deal mentre la taglia si riduce, anche per effetto del costo del denaro.
È la fotografia di un mercato mid-market vivace e diffuso, in cui il dealmaking è ormai parte strutturale della strategia d’impresa e non più un evento eccezionale. Crescere per acquisizioni, in molti casi, si dimostra più veloce e conveniente della ricerca di una crescita strutturale in mercati perturbati.
Questo è il contesto in cui imprenditori e investitori italiani si muovono oggi.
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